Recensione “Se morisse mio marito” di Agatha Christie

Titolo: Se morisse mio marito

Autore: Agatha Christie

Editore: Mondadori

Genere: Romanzo

Sottogenere: Giallo


Gettata su un divano la stola di ermellino e la borsetta sul tavolo, lady Edgware si sprofondò in una poltrona bassa ed esclamò con un sospiro: “Signor Poirot, in un modo o nell’altro devo sbarazzarmi di mio marito…”

Hercule Poirot e il caro amico Hastings, dopo uno spettacolo teatrale in cui va in scena Carlotta Adams, un’abile imitatrice, vengono invitati a cena da una giovane attrice molto famosa, Jane Wilkinson. Durante la cena, anche la Adams viene invitata ad unirsi al gruppo proprio dall’attrice, che si congratula con lei per la perfetta imitazione di sé che ha potuto vedere durante lo spettacolo. Durante la serata, in un momento di tranquillità, la Wilkinson prende da parte Poirot per porgli una questione: gli chiede di convincere suo marito, Lord Edgware a concederle il divorzio; la donna infatti vorrebbe sposare il ricco Duca di Merton. Poirot, inizialmente restio, decide di assecondare l’attrice, e qualche giorno dopo incontra il marito per chiedergli spiegazioni circa la situazione matrimoniale e per cercare di convincerlo, ma sorprendentemente scopre che l’uomo è in realtà d’accordo sul divorzio: egli, inoltre, afferma di aver spedito alla moglie una lettera in cui metteva per iscritto le sue intenzioni.
Poirot non sa cosa pensare di tutto questo e la situazione si fa più interessante quando, qualche giorno dopo l’incontro, Lord Edgware viene ritrovato morto nella sua biblioteca.

La memoria del pubblico è molto labile; perciò anche l’intensa curiosità e l’interesse vivissimo suscitati dall’assassinio di George Alfred St. Vincent Marsh, quarto baronetto Edgware, sono ormai caduti completamente nell’oblio. Il nome del mio illustre amico Hercule Poirot non fu mai apertamente immischiato nell’affare; ma egli fu ben contento di restarsene nell’ombra e di lasciare agli altri il trionfo della vittoria. Inoltre, Poirot riteneva che questo caso rappresentasse uno dei suoli insuccessi. E sostiene che fu soltanto un’osservazione colta per caso per la strada a metterlo sulla pista giusta. Comunque, io, che gli ero sempre accanto come la sua ombra, posso assicurare che, senza il suo genio investigativo, nessuno al mondo ne sarebbe mai potuto venire a capo. Ritengo quindi giusto e doveroso da parte mia mettere insieme un accurato resoconto della penosa vicenda. Ed incomincerò da una certa caldissima sera del giugno scorso in cui, per la prima volta, in un teatro di Londra, mi trovai di fronte ad alcuni fra i principali personaggi del dramma.

Immediatamente, complice la dichiarazione di due testimoni che la collocano in casa la sera del delitto, si sospetta della Wilkinson; vien facile individuare lei come responsabile in quanto ha spesso dichiarato di volersi liberare del marito.  L’incaricato delle indagini, l’ispettore Japp, chiede aiuto a Poirot poiché emergono subito delle incongruenze: pare che la Wilkinson, la sera del delitto si trovasse in due luoghi diversi nello stesso momento, la casa dove è avvenuto il misfatto e una festa; l’investigatore belga intuisce subito che una delle due donne era in realtà Carlotta Adams, ma nel momento in cui si reca da lei per interrogarla, la trova a letto, morta.  Il caso inizia a complicarsi: molti personaggi con validi moventi, molti indizi, forse troppi…

“Basta, Poirot” gridai. “Mi gira la testa!” “Amico mio, stiamo solo facendo delle ipotesi. È come provare dei vestiti. Va bene questo? No, è stretto di spalle. E quest’altro? Be’, va meglio ma è un po’ corto. E quest’altro è troppo largo. E così via, fino a trovare quello giusto…la verità!”

È questo il fattore che non mi ha permesso di apprezzare appieno Se morisse mio marito: non tanto per la presenza di molti personaggi, che comunque servono a costruire scene, testimonianze e legami, non tanto per la presenza di indizi, che di solito mi fa piacere riuscire ad individuare tra le pagine e a classificare come “rivelatori” o “fuorvianti”, quanto per l’insieme di questi elementi che rende la narrazione un po’ confusa; persino Poirot più volte cade in errore, ha molti dubbi e sembra non riuscire a trovare facilmente le risposte alle domande che si pone. Per questo, nonostante inizialmente ci sia una dichiarazione di intenti riguardo l’omicidio facendo quindi pensare ad una immediata risoluzione del caso, andando avanti si avrà modo di capire che la situazione è piuttosto ingarbugliata e si arriverà alla fine, avendo intuito qualcosa, ma in realtà non avendo compreso appieno i meccanismi dell’intera vicenda.

“Chi ha ucciso una volta, quasi sempre ricade nel delitto; non fosse che per tentare di assicurarsi l’impunità.” “Non lo credo. A meno che non sia un delinquente nato.” “No, signorina. Un assassinio è un terribile peso per una coscienza, e il primo passo costa forse mesi e mesi di intime lotte. Poi, compiuto il gesto fatale uno non pensa che a difendersi, a mettersi al sicuro… a sopprimere chiunque possa costituire un pericolo. Mi spiego? Di qui il secondo e, al primo sospetto, alla prima minaccia, un terzo; e non basta ancora…”

La storia ha alla base un’idea semplice ma è strutturata in modo tale che il lettore venga ingannato durante il suo personale percorso investigativo; rispetto ad altri romanzi dell’autrice, questo non mi ha convinto del tutto perché credo si concentri molto su un intreccio che è un puzzle dalle caselle che devono coincidere tutte perfettamente (prerogativa ovviamente obbligatoria per un giallo), ma che non approfondisca a sufficienza l’aspetto psicologico dei personaggi. Questi, di conseguenza, non troveranno spazio nel mio cuore come invece è accaduto per (attenzione spoiler!) Gerda Christow in Poirot e la salma, o per il giudice Wargrave in Dieci piccoli indiani o anche per l’intero gruppo protagonista di Assassinio sull’Orient Express.

“Sì, amico mio” riprese Poirot tamburellando con le dita sul tavolo. “Lei è un aiuto prezioso, e spesso devo proprio a lei il successo delle mie indagini. Lei, vede, rappresenta per me, l’uomo normale…” “Spero bene di non essere un anormale!” lo interruppi un po’ seccato. “No, no; non s’arrabbi. Lei è il prototipo dell’uomo sano, equilibrato; normale, insomma. E sa cosa significa questo per me? Un controllo. E mi spiego subito. Qual è la preoccupazione principale del delinquente? Farla franca. Chi tende ad ingannare? L’uomo onesto, equilibrato, d’intelligenza media, l’uomo normale. Hastings, lei non è uno stupido, tutt’altro… ma – non se l’abbia a male – non è nemmeno un’aquila. Fa parte di quell’aurea mediocrità di cui si compone la maggior parte – e forse la migliore – del genere umano. E per questo appunto mi è prezioso, indispensabile: perché in lei io vedo riflesso come in uno specchio ciò che il delinquente aspira a farmi credere. Mi sono spiegato?”

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