Recensione “Poirot e la salma” di Agatha Christie

Titolo: Poirot e la salma

Autore: Agatha Christie

Editore: Mondadori

Genere: Romanzo

Sottogenere: Giallo


Gerda entrò di corsa nella stanza: “Sono pronta, John!”. “Oh, mamma, aspetta un minuto, sto leggendo l’avvenire al babbo. È proprio l’ultima carta, papà, la più importante di tutte, questa con cui ti ho coperto.” Le piccole dita appiccicose di Zena la rivoltarono: la bambina sussultò: “Oh! ma è l’Asso di Picche! Di solito significa morte, ma…”

Poirot e la salma, romanzo giallo scritto e pubblicato per la prima volta nel 1946, è tra i più cari all’autrice: è stata proprio la Christie, profondamente insoddisfatta delle rappresentazioni tratte da altri suoi lavori, a curarne la riduzione teatrale, nella quale però, viene omesso il ruolo dell’investigatore: in questo specifico romanzo infatti, Poirot compare negli ultimi due terzi della vicenda e ha un ruolo relativamente poco importante in quanto la narrazione è imperniata sulla famiglia Angkatell, sui singoli personaggi e sulle numerose relazioni tra essi.

Aveva pensato che la disperazione fosse passione e violenza. Ma non era così. La disperazione era buio, gelo, solitudine: qualcosa che esclude dal calore dei contatti umani.

“La Cava”, è il nome della residenza di campagna in cui Lucy Angkatell e il marito Henry invitano familiari e amici per trascorrere un tranquillo weekend di relax; tra gli invitati figurano il dottor John Christow con la docile moglie Gerda, la scultrice Henrietta Savernake, i cugini Edward e David Angkatell e la cugina Midge Hardcastle. “Il Rifugio” è il nome della tenuta, costruita in stile moderno e poco distante dalla prima, acquistata da Hercule Poirot; infine, “La Colombaia” è il nome della villetta adiacente, abitata dalla famosa attrice Veronica Cray.

Hercule Poirot scosse un ultimo granello di polvere dalle scarpe. Si era vestito con cura per l’invito a pranzo ed era soddisfatto del risultato. Conosceva il genere di abiti da campagna che si indossano di sabato in Inghilterra, ma non voleva conformarsi agli usi britannici. Preferiva i propri canoni di eleganza cittadina. Lui non era un gentiluomo inglese: era Hercule Poirot! La campagna non gli piaceva gran che. Ma in Inghilterra bisogna avere una villetta per il week-end e lui aveva finito col cedere alle pressioni degli amici e comprarsi quel “Rifugio” di cui la sola cosa che gli piacesse era la forma quadrata come una scatola. I dintorni dovevano essere suggestivi ma non se ne era preoccupato molto. C’era in loro troppa selvaggia asimmetria perché potessero piacergli. Non aveva mai fraternizzato con gli alberi, che hanno la pessima abitudine di lasciar cadere le foglie. Poteva sopportare i pioppi, ma tutta quella profusione di faggi e querce lo lasciava indifferente. Pensava che un paesaggio agreste è meglio goderselo dall’auto: così si dice “Che bella vista!” e si ritorna a un buon albergo.

L’investigatore, amico dei due coniugi, è atteso in villa per pranzo; una volta arrivato viene subito guidato, dal maggiordomo, verso la piscina per l’aperitivo; quella che si prospettava essere una piacevole e calda giornata settembrina viene bruscamente interrotta da un omicidio. La scena che appare davanti agli occhi di Poirot è un po’ irreale ed egli ha subito la sensazione che sia tutta una messinscena, preparata, allestita apposta per lui: una donna con in mano una pistola e un uomo a terra, sul bordo della piscina, in fin di vita; contemporaneamente, da più sentieri arrivano alcuni degli invitati.

Guardò l’uomo morente e sussultò: i suoi occhi erano aperti. Erano occhi d’un azzurro intenso con un’espressione che Poirot non poté comprendere, ma che gli parve intensamente consapevole. A un tratto ebbe la strana sensazione che in quel gruppo ci fosse un solo essere veramente vivo: l’uomo che stava per morire. Irradiava intorno a sé una sensazione d’intensa vitalità. Gli altri, in suo confronto, non erano che figure vaghe, personaggi d’un dramma lontano. Quell’uomo solo era vero.

Iniziano le indagini, molti sono gli attori in scena, tutti con un possibile movente; difficile capire qual è la pista giusta da seguire. I colori autunnali, i paesaggi tipici della campagna inglese alternati a scene ambientate nella frenetica Londra, indizi sparsi qua e là, i singoli personaggi che agiscono in maniera solidale e compatta, un complicato intreccio sentimentale che in certi momenti fa passare in secondo piano l’assassinio: ecco gli ingredienti che rendono questo, un romanzo giallo, sentimentale e psicologico.

Poirot non rispose subito; dopo un po’ dichiarò: “Fin dal principio ho pensato che questo delitto fosse o così semplice da non crederci (la semplicità, mademoiselle, non può essere sconcertante) o molto complesso. Abbiamo a che fare con una mente capace di invenzioni ingegnose, cosicché ogni volta che ci sembra di essere sul punto di scoprire la verità, siamo condotti su una falsa traccia che ci porta a un punto morto. Questo susseguirsi di inizi che non conducono a niente di concreto non è naturale, ma volutamente creato. È una mente molto sottile quella che ci tiene in scacco così.”

Il fatto che il delitto non avvenga all’inizio della narrazione, fa sì che, già da subito, i personaggi possano essere ben delineati: la loro psicologia, i loro comportamenti e le reazioni, sono descritti minuziosamente; ciò è funzionale alla costruzione dell’intreccio ed è in queste descrizioni che il lettore attento potrà trovare i principali indizi per risolvere il mistero. Il colpevole, infatti, non è impossibile da individuare e il tutto viene spiegato nelle ultime dieci pagine tra piacevoli colpi di scena. A parte il finale, il resto della narrazione è piuttosto lineare, appena lento se confrontato con altri romanzi della Christie in cui l’indagine è predominante. Assolutamente consigliato a chi ama il classico romanzo giallo, a chi ama Agatha Christie e a chi ama ricercare non solo la soluzione del mistero, ma anche la ‘verità psicologica’ dei personaggi.

“E lei non è un artista, signor Poirot?” Poirot piegò un po’ la testa di lato. “Questo è un problema: ma in complesso direi di no. Ho visto dei delitti che erano opere d’arte. Erano, mi capisce?, sforzi supremi d’immaginazione. Ma per comprenderli non occorreva del genio creativo, ma soltanto la passione per la verità.”

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