Recensione “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino

Titolo: Le assaggiatrici

Autore: Rosella Postorino

Editore: Feltrinelli

Genere: Romanzo

Sottogenere: StoricoPsicologico


Lavorare per Hitler, sacrificare la vita per lui: non era quello che facevano tutti i tedeschi? Ma che potessi ingerire cibo avvelenato e morire così, senza nemmeno uno sparo di fucile, senza un’esplosione, Joseph non lo accettava. Una morte in sordina, fuori scena. Una morte da topo, non da eroi. Le donne non muoiono da eroi.

Autunno 1943. Rosa Sauer (personaggio ispirato a Margot Volk), ventisei anni, sposata da poco con Gregor, a causa della di lui partenza per il fronte,  è costretta ad abbandonare Berlino per andare a vivere dai suoceri a Gross-Partsch, un piccolo villaggio situato nella Prussia orientale (attuale Polonia) nelle vicinanze di uno dei quartieri generali tedeschi, la “Tana del Lupo”, rifugio, ben nascosto nella foresta, di Hitler.

Riceverà, insieme ad altre nove donne, un importante incarico ufficiale: dovrà, senza possibilità di rifiuto, assaggiare a colazione, pranzo e cena, il cibo che verrà poi servito al Fuhrer, al fine di scongiurare e sventare per tempo tentativi di avvelenamento.

Io osservavo le pietanze nei piatti delle altre, e la ragazza a cui era toccato il mio stesso cibo, quel giorno, mi diventava più cara di un parente stretto. Provavo un’improvvisa dolcezza per il brufolo che le era spuntato sulla guancia, per l’energia o l’indolenza con cui si lavava la faccia al mattino, per i pallini sulla lana delle vecchie calze da notte che forse infilava prima di entrare nel letto. La sua sopravvivenza mi premeva quanto la mia, perché condividevamo un’unica sorte.

Inizierà così il racconto di Rosa, che vedrà il analizzato il rapporto non sempre facile con le sue “compagne di sorte”, i ricordi della sua famiglia e della vita a Berlino, a confronto con la vita nel villaggio; e vedrà anche l’alternarsi nel suo cuore di emozioni, dubbi e preoccupazioni, spesso contrastanti: una donna sposata da poco, con un marito in guerra, lontano, senza notizie di alcun tipo.  Questo tentativo di sopravvivere, inserito in un contesto storico presente ma non predominante, con le giuste informazioni e i giusti riferimenti per non perdere di vista il clima, precario e difficile, in cui è ambientata la vicenda.

Tornai a pensare che non avessimo il diritto, noi, di parlare d’amore. Abitavamo in un’epoca amputata, che ribaltava ogni certezza, e disgregava famiglie, storpiava ogni istinto di sopravvivenza.

La precisa analisi psicologica della protagonista, insieme alla narrazione in prima persona, permettono di immergersi ed immedesimarsi completamente in situazioni e ambienti ricreati in maniera dettagliata e impeccabile; si riescono anche a percepire e provare sentimenti di paura e disprezzo, di costante attesa (che sia del “boccone decisivo”, del ritorno della persona amata o della fine della guerra e quindi del ritorno ad una vita più serena).

Come si fa a dare valore a una cosa che può finire in qualsiasi momento, una cosa così fragile? Si dà valore a ciò che ha forza, e la vita non ne ha; a ciò che è indistruttibile, e la vita non lo è. Tant’è vero che può arrivare qualcuno a chiederti di sacrificarla, la tua vita, per qualcosa che ha più forza. La patria, per esempio.

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