Recensione “Il funerale di Donna Evelina” di Elda Lanza

Titolo: Il funerale di Donna Evelina

Autore: Elda Lanza

Editore: Salani

Genere: Romanzo

Sottogenere: Giallo


“Anche voi avete i vostri segreti?”

“Tutti i palazzi ne hanno, mi offenderei se il nostro fosse puro come un angelo. Con quel mare davanti che bolle e scarica energie contro le rocce, quel cielo che cambia continuamente colore, e alle spalle la collina che in tempi diversi è gialla o bruna. Le stanze gelide, gli affreschi, i sotterranei… il peperoncino e il pesce appena pescato. E le rose di zia Evelina. No, non può essere puro come un angelo quel palazzo. Credo che la risposta alle nostre domande sia da cercare tra quei misteri, non alla luce del sole e della logica”.

Il funerale di donna Evelina, scritto dalla giornalista e autrice Elda Lanza, è l’ottavo libro che ha come protagonista l’avvocato Max Gilardi. Qui Massimo si reca in Sicilia per partecipare al funerale della zia Evelina, novantasettenne – unica e sola (assistita fino all’ultimo dalla nipote Marilivia e dalla serva Rosaria) proprietaria della dimora trecentesca di famiglia, i ricchi e potenti Trovamala di Mirò, affacciata sul mare – morta in circostanze misteriose. Per l’occasione ritornano a palazzo i vari nipoti, con relativi mariti e mogli, e toccherà a Massimo risolvere e chiarire i vari enigmi che aleggiano attorno a questa vicenda: Donna Evelina è stata avvelenata? Un testamento è stato visto ma non ancora trovato. L’eredità, non ben definita ma in ogni caso ambita e contesa, è un possibile movente?

Questo erano i Trovamala. Due maschi: uno partito per Napoli e l’altro per l’Africa. Hanno lasciato a casa cinque femmine: che s’arrangiassero. Se ne sono sposate quattro. La quinta s’è insediata qua a custodire i ricordi.

Ricco e complesso è l’insieme dei personaggi che animano la vicenda, personaggi del presente e del passato. Le due linee temporali sono inevitabilmente destinate ad intrecciarsi, tornano a galla segreti da tanto tempo celati e i vari nipoti si ritrovano, insieme ai ricordi dell’infanzia e adolescenza. A causa di spiacevoli “eventi imprevisti”, sarà possibile conoscere altri personaggi, tra i quali ad esempio, il commissario Maresca, il Notaio Scandicci, il dottor Zerbi e l’amministratore Castelli.

Era rimasto solo, appoggiato con il corpo alla roccia più alta, lo sguardo rivolto al mare che aveva di fronte. Piatto. Un mare piatto è come una bestia nera che dorme. Il respiro lento. Il cielo appena più chiaro con quella linea scura in fondo: là dove comincia il mare. Là, dove comincia il mare.

La vicenda in sé è avvincente e non banale; tuttavia, una conversazione che alla fine si viene a sapere esserci stata, non è riportata, ma sarebbe stata utile al lettore per risolvere da sé il mistero. Inoltre per quanto riguarda le descrizioni, sono ricche e complete, ma formate da più frasi brevi, a volte anche solo una successione di parole. I dialoghi sono immediati, ma a volte si ha come la sensazione che manchi qualcosa, che ci sia qualcosa, a livello di spiegazioni e azioni, non detto.

Quell’enorme animale pigro e scuro, capace di scaraventare sugli scogli immobili un’onda cattiva a frantumarsi. Quell’enorme animale pigro e scuro era il mare. All’orizzonte una linea diritta e un colpo di vento a scomporre le nuvole.

Al di là della vicenda, protagonista assoluto del romanzo è il palazzo Trovamala di Mirò, che, con le tante stanze e gli affreschi sbiaditi, domina sulla scogliera, affacciandosi sul mare. Mare più volte nominato e descritto, insieme a richiami agresti e alimentari, siciliani.

Per l’ultima volta Max Gilardi fissò quel palazzo che non avrebbe più rivisto. Che gli sembrò fragile appoggiato su quelle rocce. Un mostro diviso a metà, come se avessero messo insieme, per errore, due parti diverse. Scuro, ostinato, in ombra, verso la strada e verso quella collina che non era più verde. Alberi, chiazze di colore a diversificare le colture, cascine grigie con i tetti piatti, covoni, stalle. Filari ancora sfioriti. Il rumore dei carretti, i richiami, il canto del gallo e l’abbaiare dei cani. Panni stesi che la leggera brezza agitava verso di loro come fazzoletti. La parte scura, dove il sole non entrava mai: finestre chiuse da pesanti imposte di legno e di ferro, il portone massiccio e invalicabile. Era la parte del palazzo destinata alla notte, alle feste che da fuori nessuno doveva vedere. La parte del palazzo che nascondeva la propria vita. Verso il mare, al contrario, tutto era aperto ed esplicito, quasi un vanto. Il tetto a terrazza con i leoni immobili. Le due verande, i fiori, il giallo intenso dei limoni. Le finestre aperte delle camere da letto, con le tende appena smosse dal maestrale, gli scogli lucidi di mare, il ruggito delle onde, la schiuma, i gabbiani bianchi e grigi nel volo. I colori appassiti dal sole e dal mare. Non sembrava la stessa casa. Una specie di Giano bifronte che s’era fatto allegro soltanto a metà. Si stavano intanto allontanando dalla punta, tra poco il palazzo sarebbe scomparso. Come inghiottito dal mare, in quell’ultimo abbraccio di sole.

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