Recensione “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie

Titolo: Dieci piccoli indiani

Autore: Agatha Christie

Editore: Mondadori

Genere: Romanzo

Sottogenere: Giallo


Dieci piccoli indiani è una delle opere più famose di Agatha Christie; fu scritto nel 1939 e pubblicato inizialmente a puntate con il titolo “Ten little niggers”; in America il termine nigger  fu considerato offensivo e il titolo fu quindi cambiato in “And then there were none” (E poi non ne rimase nessuno); è stato ulteriormente cambiato, diventando appunto “Dieci piccoli indiani”.

Durante l’estate del 1939 otto persone vengono invitate dai misteriosi coniugi Owen, su una piccola isola al largo della costa del Devon e nonostante lo strano invito, tutti decidono di accettare la proposta; giunti sull’isola, deserta dove c’è solo la grande villa elegante e moderna, gli ospiti non trovano gli Owen ma ad accoglierli ci sono solo il maggiordomo e sua moglie, la cuoca.

Vera osservò, sorpresa: “Ma è molto lontana dalla terraferma”. Se l’era immaginata diversa: un’isola vicino alla terraferma coronata da una bella casa bianca. Ma non si vedeva la casa: solo le rocce che componevano un disegno vagamente simile a una gigantesca testa di negro. C’era qualcosa di sinistro in quell’isola, che la fece rabbrividire leggermente.

È così che dieci persone, diverse tra loro per età, classe sociale e storia personale, convinte di non avere nulla in comune se non l’invito ricevuto, si ritrovano a tavola insieme: chiacchiere formali e di cortesia, pietanze prelibate e un centrotavola composto da dieci piccole statuine di indiani, sono gli elementi che rendono più o meno serena la prima cena senza i padroni di casa; improvvisamente una voce irrompe nella sala e accusa tutti i presenti di aver commesso degli omicidi per i quali non sono mai stati puniti: ecco la vera cosa che hanno in comune, nascondono tutti un segreto.

Gli altri salirono al piano superiore, in lenta processione, di malavoglia. Se quella fosse stata una casa vecchia, con travi scricchiolanti, ombre scure negli angoli e pareti con pesanti zoccoli di legno, si sarebbe potuto percepire un senso di mistero, di imponderabile. Ma quella villa era la quintessenza della modernità. Non c’erano angoli bui, nessun pannello che potesse celare una porta segreta, la luce elettrica rischiarava ogni cosa, tutto era nuovo, ben levigato e lucente. Non c’era nulla di strano, di sospetto. Nessuna atmosfera di mistero. E proprio questa era la cosa più spaventosa…

La serenità della cena viene interrotta dalle accuse e dalla morte improvvisa di uno degli ospiti; se inizialmente questa poteva sembrare una casualità, quando anche gli altri iniziano a morire misteriosamente, anche in modo violento, come i dieci piccoli indiani della filastrocca incorniciata e appesa in tutte la camere della villa, diventa chiaro che qualcuno ha organizzato tutto, un macabro susseguirsi di eventi che potranno terminare solo quando non rimarrà più nessuno.

“Certo che non arriverà. Noi contiamo su quel battello perché ci porti via dall’isola… E questo è il punto: noi non dobbiamo lasciare l’isola… Nessuno partirà mai… È la fine, come vedete, la fine di tutto.” Esitò, poi soggiunse con una strana voce bassa: “Questa è la pace, la vera pace. Arrivare a una fine, non dover più andare avanti… Sì, pace…”,

In questo romanzo è centrale il tema della “camera chiusa”, presente anche in altri romanzi della Christie: un gruppo di persone è temporaneamente rinchiuso in un luogo senza possibilità di uscirne, i personaggi sono presentati tutti prima che uno di loro venga ucciso e le circostanze fanno sì che il colpevole sia uno del gruppo; il detective ha poi il compito di smascherarlo (come ad esempio accade in Assassinio sull’Orient Express). In Dieci piccoli indiani quest’ultimo elemento non è presente, non c’è un investigatore privato e questo permette al meccanismo della giustizia, di emergere e caratterizzarsi con maggiore particolarità; l’isola, un luogo isolato senza vie d’uscita, è una metafora della coscienza sporca con cui ogni ospite deve fare i conti.

Pensò: “Quanta pace, qui… Quello che c’è di buono nelle isole è che, quando vi si arriva, non si può andare oltre, si è giunti come a una conclusione…”. E all’improvviso, si rese conto che non voleva lasciare l’isola.

Il ritmo narrativo è decisamente serrato, le vicende si raccontano attraverso dialoghi che coinvolgono quasi sempre tutti i personaggi, intenti a cercare di risolvere il mistero; la scrittrice descrive le reazioni del gruppo rivelando e celando con sapienza quanto basta; più rare ma fondamentali, sono le pause che interrompono l’azione per fare spazio a riflessioni e ragionamenti e le varie ellissi narrative necessarie per rievocare i presunti crimini commessi dai vari ospiti. Sicuramente un adeguato approfondimento psicologico dei numerosi personaggi non è presente, ma le vicende sono tante e accadono una dopo l’altra in pochissimi giorni, l’agilità di lettura ne sarebbe stata penalizzata; d’altra parte però, sarebbe stato utile e interessante un’analisi maggiore visto che il passato, il modo di pensare e di agire dei personaggi, i loro valori e principi sono la chiave per comprendere le motivazioni alla base dei delitti. Ma perdoneremo sicuramente la Christie, che è stata in grado di creare un romanzo originale e intrigante, dall’atmosfera apparentemente idillica (come può essere la prospettiva di un weekend di relax) che però si rivela soffocante, carica di paura, tensione e sospetto: fino all’epilogo infatti si vivrà con il dubbio, con il timore di non potersi fidare di nessuno, con la certezza che il colpevole è uno del gruppo.

“Uno di noi… Uno di noi… Uno di noi…” Tre parole ripetute all’infinito, scandite nel cervello per ore e ore. Cinque persone terrorizzate. Cinque persone che si sorvegliavano a vicenda, che ora non si preoccupavano più di nascondere la loro tensione. Nessuno si sforzava più di fingere, di sostenere una conversazione formale. Erano cinque nemici legati l’uno all’altro da un mutuo istinto di conservazione. E tutti e cinque, improvvisamente, persero un po’ la parvenza di esseri umani. Stavano regredendo, senza accorgersene, allo stato animale.

Non c’è altro da dire, anzi, forse ho già detto troppo, quindi aggiungo solo una cosa: se non avete ancora avuto per le mani questo gioiello della “letteratura gialla”, beh…che state aspettando! Se comunque siete incuriositi dalla trama ma non amate troppo la lettura, o se avete già letto il romanzo e avete sempre voluto vedere una sua rappresentazione su schermo, ecco un paio di suggerimenti.

Dieci piccoli indiani, film in bianco e nero del 1945, diretto da René Clair riprende in modo fedele la trama del libro, tranne che per qualche piccolo dettaglio e per il finale: è infatti riproposto quello dell’adattamento che la stessa scrittrice fece per il teatro nel 1943; la fedeltà al romanzo la si può notare anche da come le morti si susseguono richiamando la filastrocca; fondamentale e degna di nota, l’espressività di tutti gli attori, un cast eccezionale. Sicuramente la mia prima scelta!

Se però non amate il bianco e nero, vi propongo la miniserie televisiva in due puntate, trasmessa dalla BBC nel 2015, intitolata sempre Dieci piccoli indiani, anch’essa abbastanza fedele al romanzo, meno rispetto all’altro film per quanto riguarda i dettagli sulle vicende dei personaggi, di più per quanto riguarda il finale; la lunghezza della produzione permette un adeguato approfondimento psicologico e anche l’inserimento di momenti – come l’arrivo degli ospiti all’isola – ben rappresentati, tuttavia ci si sofferma poco su alcune delle morti e viene data poca enfasi alla filastrocca. Nota di merito va all’eccellente fotografia, alla colonna sonora e ad alcuni membri del cast: A. Turner (Philip Lombard), C. Dance (giudice Wargrave), T. Stephens (dottor Armstrong), S. Neill (generale MacArthur)e M.Richardson (Emily Brent).

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