Recensione “Diario di scuola” di Daniel Pennac

Titolo: Diario di scuola

Autore: Daniel Pennac

Editore: Feltrinelli

Genere: Romanzo

Sottogenere: Autobiografia – Psicologico (riflessioni sulla pedagogia)


Annuncio a Bernard che ho in mente di scrivere un libro sulla scuola: non sulla scuola che cambia nella società che cambia, come è cambiato questo fiume ma, nel cuore di questo incessante rivolgimento, su ciò che per l’appunto non cambia mai, su una costante di cui non sento mai parlare: la sofferenza condivisa del somaro, dei genitori e degli insegnanti, l’interazione di questi patemi scolastici. […] “Un altro libro sulla scuola, insomma? Non credi che ce ne siano abbastanza?” “Non sulla scuola! Tutti si occupano della scuola, eterna disputa degli antichi e dei moderni: i suoi programmi, il suo ruolo sociale, le sue finalità, la scuola di ieri, quella di domani… No, un libro sul somaro! Sulla sofferenza di non capire, e i suoi danni collaterali.”

Diario di scuola è un romanzo autobiografico, pubblicato per la prima volta in lingua francese nel 2007.

Ci troviamo davanti una raccolta ricca e variegata di esperienze di vita, racconti e aneddoti personali, nonché riflessioni e raccomandazioni. La ricchezza di tutto ciò, sta nel fatto che l’autore, Pennac, insegnante per circa trent’anni e famoso scrittore, è stato da giovane, un cosiddetto “somaro”; decide di ripercorrere la sua vita e gli episodi di cui egli stesso, da somaro, è stato protagonista. Sa molto bene, per esperienza diretta da studente e anche per i contatti che ha avuto con studenti difficili durante la sua carriera, che la scuola è frequentata da ragazzi che apprendono molto velocemente, ma anche da ragazzi che non hanno interessi e meno che mai voglia di studiare.

I nostri studenti che “vanno male” (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Difficile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo. Naturalmente il beneficio sarà provvisorio, la cipolla si ricomporrà all’uscita e forse domani bisognerà ricominciare daccapo. Ma insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori. Se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell’indicativo presente della nostra lezione, se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono su quei ragazzini e quelle ragazzine, nel senso botanico del termine, la loro esistenza vacillerà sopra vuoti infiniti.

L’autore passa infatti in rassegna tutti gli anni d’insegnamento nelle classi “differenziali” che, nonostante tutto, sono quelle che possono dare maggiori soddisfazioni, perché i ragazzi difficili sono “come rondini tramortite che bisogna rianimare”. E molto spesso, alle spalle del “somaro” c’è un bambino/ragazzo che vive un disagio: che sia una vicenda personale o famigliare, non importa; ciò che importa è che va seguito e recuperato, deve sentirsi parte dell’orchestra.

Del resto lei sosteneva vi fosse una correlazione tra una classe e un’orchestra. “Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. […] Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica.”

Il libro si compone di riflessioni e aneddoti, più o meno estesi, raggruppati intorno ad alcuni temi che sono riassunti dai titoli delle parti in cui il romanzo è suddiviso: “La discarica di Gibuti”, “Diventare”, “Ci o il presente d’incarnazione”, “Ma tu allora lo fai apposta”, “Maximilien o il colpevole ideale”, “Cosa significa amare”. Si potrebbe dividerlo ulteriormente in due parti: la prima, più divertente, in cui sono numerosi i racconti del Pennac bambino “somarello”; la seconda, più matura, in cui un Pennac più consapevole analizza il ruolo di insegnante dal punto di vista dell’adulto, senza comunque perdere l’ironia che caratterizza l’intero romanzo e la visione dei giovani.

“Sostenevi di detestare le maiuscole.” Ah! Terribili sentinelle, le maiuscole! Mi sembrava che si ergessero tra i nomi propri e me per impedirmene la frequentazione. Qualsiasi parola su cui era impressa una maiuscola era destinata all’oblio istantaneo: città, fiumi, battaglie, eroi, trattati, poeti, galassie, teoremi espulsi dalla memoria causa maiuscola paralizzante. Altolà, esclamava la maiuscola, vietato varcare la porta di questo nome, è troppo corretto, non sei degno, sei un cretino!

Diario di scuola è un libro semplice, in cui sintassi e lessico, frizzanti e immediati, permettono di affrontare tematiche delicate, come il rapporto alunno – scuola – famiglia, o i limiti del sistema scolastico, o ancora le varie problematiche sociali (sono presenti in più parti i riferimenti alla situazione delle scuole di periferia).

Ma domani arriva presto e le giornate si ripetono e il nostro eterno riprende i suoi viavai tra la scuola e la famiglia, e tutta la sua energia mentale è spesa a tessere una sottile rete di pseudo-coerenza tra le bugie proferite a scuola e le mezze verità rifilate alla famiglia, tra le spiegazioni fornite agli uni e le giustificazioni presentate agli altri, tra le caricature degli insegnanti che fa ai genitori e le allusioni ai problemi famigliari che accenna agli insegnanti, un atomo di verità nelle une e nelle altre, sempre, poiché finiranno per incontrarsi, genitori e insegnanti, è inevitabile, e bisogna pensare a questo incontro, cesellare instancabilmente la finzione vera che costituirà l’argomento di quel colloquio.

Sicuramente questo romanzo trasmette un messaggio di positività, amore e fiducia, verso gli studenti e verso la scuola. Lo scrittore ripete più di una volta che a salvarlo e a permettergli di “divenire” sono stati alcuni insegnanti, molto probabilmente innamorati del loro lavoro. Non posso che consigliarlo a tutti, adulti e non!

E’ sufficiente un professore – uno solo! – per salvarci da noi stessi e farci dimenticare tutti gli altri.

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