Citazioni “Diario di scuola” di Daniel Pennac

Titolo: Diario di scuola

Autore: Daniel Pennac

Editore: Feltrinelli

Genere: Romanzo

Sottogenere: Autobiografia – Psicologico (riflessioni sulla pedagogia)


Leggendo questo romanzo ho trovato divertenti e interessanti molti punti, addirittura capitoli interi. Per questo motivo ho deciso di raccogliere,n un unico articolo, tutti gli stralci che mi hanno colpita maggiormente.

La finestra dà sul cortile di una scuola. Baccano alla ricreazione. Si viene a sapere che per un quarto di secolo l’autore ha esercitato la professione di insegnante e che ha scelto questo appartamento affacciato sui cortili di due scuole un po’ come un ferroviere che andasse in pensione sopra una stazione di smistamento.

 

Il fatto è che io andavo male a scuola e da questo lei non si è mai più ripresa. Oggi che la sua coscienza di donna molto anziana abbandona i lidi del presente per rifluire piano verso i lontani arcipelaghi della memoria, i primi scogli che affiorano le rammentano l’ansia che la tormentò per tutta la mia carriera scolastica. Mi rivolge uno sguardo preoccupato e, lentamente: “che cosa fai nella vita?”. Il mio avvenire le parve da subito talmente compromesso che non è mai stata davvero sicura del mio presente. Poiché non ero destinato a un avvenire, non le parevo equipaggiato per durare. Ero il suo figlio precario. Eppure sapeva che ce l’avevo fatta da quando nel settembre del 1969 ero entrato nella mia prima classe in qualità di professore. Ma nei decenni che seguirono (cioè per tutta la durata della mia vita adulta), la sua ansia resistette segretamente a tutte le “dimostrazioni di successo” che le portavano le mie telefonate, le mie lettere, le mie visite, la pubblicazione dei mie libri, gli articoli di giornale o le mie apparizione nei programmi culturali della tivù. Né la stabilità della mia vita professionale né il riconoscimento del mio lavoro letterario, nulla di ciò che sentiva dire su di me da terzi o che poteva leggere sui giornali era in grado di rassicurarla del tutto. Certo, si rallegrava dei miei successi, ne parlava con gli amici, conveniva che mio padre, morto prima di conoscerli ne sarebbe stato felice, ma nel segreto del suo cuore sopravviveva l’ansia suscitata dal cattivo studente degli inizi.

 

Non capivo. Questa inattitudine a capire aveva radici così lontane che la famiglia aveva immaginato una leggenda per datarne le origini: il mio apprendimento dell’alfabeto. Ho sempre sentito dire che mi ci era voluto un anno intero per imparare la lettera a. La lettera a, in un anno. Il deserto della mia ignoranza cominciava al di là dell’invalicabile b. “Niente panico, tra ventisei anni padroneggerà perfettamente l’alfabeto.” Così ironizzava mio padre per esorcizzare i suoi stessi timori.

 

Annuncio a Bernard che ho in mente di scrivere un libro sulla scuola: non sulla scuola che cambia nella società che cambia, come è cambiato questo fiume ma, nel cuore di questo incessante rivolgimento, su ciò che per l’appunto non cambia mai, su una costante di cui non sento mai parlare: la sofferenza condivisa del somaro, dei genitori e degli insegnanti, l’interazione di questi patemi scolastici. […] “Un altro libro sulla scuola, insomma? Non credi che ce ne siano abbastanza?” “Non sulla scuola! Tutti si occupano della scuola, eterna disputa degli antichi e dei moderni: i suoi programmi, il suo ruolo sociale, le sue finalità, la scuola di ieri, quella di domani… No, un libro sul somaro! Sulla sofferenza di non capire, e i suoi danni collaterali.”

 

“Il prof ha detto che…” è una frase che conoscono. Sì, la speranza riposta dal somaro in quella litania… Le parole del professore sono solo tronchi galleggianti cui lo studente che va male si aggrappa in un fiume dove la corrente lo trascina verso le cascate. Ripete quello che ha detto il prof. Non perché questo abbia senso, non perché la regola si incarni, no, solo per trarsi momentaneamente d’impaccio.

 

“Sostenevi di detestare le maiuscole.” Ah! Terribili sentinelle, le maiuscole! Mi sembrava che si ergessero tra i nomi propri e me per impedirmene la frequentazione. Qualsiasi parola su cui era impressa una maiuscola era destinata all’oblio istantaneo: città, fiumi, battaglie, eroi, trattati, poeti, galassie, teoremi espulsi dalla memoria causa maiuscola paralizzante. Altolà, esclamava la maiuscola, vietato varcare la porta di questo nome, è troppo corretto, non sei degno, sei un cretino!

 

Tutto il male che si dice della scuola fa dimenticare il numero di bambini che ha salvato dalle tare, dai pregiudizi, dall’ottusità, dall’ignoranza, dalla stupidità, dalla cupidigia, dall’immobilità o dal fatalismo delle famiglie.

 

Paura dell’iniezione, ecco una metafora eloquente: tutti i miei anni di scuola passati a fuggire professori visti come dei dottoroni armati di siringhe gigantesche e incaricati di inocularmi quel bruciore denso, la penicillina degli anni cinquanta – di cui mi ricordo benissimo –, una specie di piombo fuso che iniettavano nel corpo di un bambino. In ogni caso, sì, la paura fu proprio la costante di tutta la mia carriera scolastica: il suo chiavistello. E quando divenni insegnante la mia priorità fu alleviare la paura dei miei allievi peggiori per far saltare quel chiavistello, affinché il sapere avesse una possibilità di passare.

 

Mio Dio, la solitudine del somaro nella vergogna di non fare mai quello che è giusto! E il desiderio di fuggire… Ho provato presto il desiderio di fuggire. Dove? Non è chiaro. Diciamo fuggire da me stesso, e tuttavia dentro di me. Ma in un io che fosse accettato dagli altri.

 

C’è la madre a pezzi, logorata dalla deriva del figlio, che accenna ai presunti effetti dei drammi coniugali: è la nostra separazione che l’ha… da quando è morto suo padre lui non è più… C’è la madre umiliata dai consigli delle amiche i cui figli invece vanno bene o che, peggio ancora, evitano l’argomento con una discrezione quasi insultante… C’è la madre furibonda, convinta che il figlio sia da sempre la vittima innocente di una coalizione di insegnanti di tutte le materie, è cominciata molto presto, già ala scuola materna, c’era una maestra che… e alle elementari non è andata meglio, il maestro, questa volta un uomo, era ancora peggio, e figurati che in terza media il suo professore di lettere gli ha… C’è quella che non ne fa una questione di persone, ma inveisce contro la società che si sgretola, l’istituzione che va a rotoli, il sistema che è marcio, la realtà, insomma, che non si adatta ai suoi sogni… C’è la madre furiosa con il proprio figlio: questo ragazzino che ha tutto e non fa niente, questo ragazzino che non fa niente e vuole tutto, questo ragazzino per cui abbiamo fatto di tutto e non c’è verso che… mai una volta… non se ne può più! C’è la madre che non ha mai visto un solo professore in tutto l’anno e quella che li ha assillati tutti… C’è la madre che ti telefona semplicemente perché tu la liberi anche quest’anno di un figlio di cui non vuole più sentire parlare fino all’anno prossimo, stessa data, stessa ora, stessa telefonata, e che lo dice: “L’anno prossimo si vedrà, intanto troviamogli una scuola per quest’anno”. C’è la madre che teme la reazione del padre: “Questa volta a mio marito non andrà giù” (ha nascosto la maggior parte delle pagelle al marito in questione)… C’è la madre che non capisce questo figlio così diverso dall’altro, che si sforza di non amarlo meno, che fa di tutto per rimanere la stessa madre per entrambi i figli. C’è invece la madre che non può fare a meno di scegliere questo (“Eppure investo tutte le mie energie su di lui”), a scapito di fratelli e sorelle, ovviamente, e che ha fatto ricorso invano a tutti i supporti possibili: sport, psicologia, ortofonia, sofrologia, cure di vitamine, rilassamento, omeopatia, terapia famigliare o individuale… C’è la madre ferrata in psicologia che dà una spiegazione a tutto e si stupisce che non si trovi mai una soluzione a nulla, l’unica al mondo a capire il figlio, la figlia, gli amici del figlio e della figlia, e che nella sua eterna giovinezza di spirito (“Vero che bisogna saper restare giovani?”) si stupisce che il modo sia diventato così vecchio, così incapace di comprendere i giovani. C’è la madre che piange, ti chiama e piange in silenzio, e si scusa di piangere… un insieme di pena, di preoccupazione e di vergogna… A dire il vero tutte provano un po’ di vergogna, e tutte sono preoccupate per il futuro del figlio. “Ma che cosa diventerà?” La maggior parte di loro si fa dell’avvenire una rappresentazione che è una proiezione del presente sullo schermo angosciante del futuro. Il futuro come una parete dove sono proiettate le immagini smisuratamente ingrandite di un presente senza speranza, ecco la grande paura delle madri!

 

“Lo sa qual è l’unico modo per far ridere il buon Dio?”. Esitazione all’altro capo del filo. “Raccontargli i propri progetti.” In altre parole, niente panico, non c’è nulla che vada come previsto, è l’unica cosa che ci insegna il futuro quando diventa passato.

Divieto di avvenire.

A forza di sentirmelo ripetere, mi ero fatto un’immagine piuttosto precisa di questa vita senza futuro. Non che il tempo avrebbe smesso di passare, non che il futuro non esistesse, no, ma io sarei stato identico a quello che ero oggi. Non lo stesso, certo, non come se il tempo non fosse fuggito via, ma come se gli anni si fossero accumulati senza che in me nulla fosse cambiato, come se il mio istante futuro minacciasse di essere rigorosamente identico al mio presente. E di che cosa era fatto il mio presente? Di una sensazione di inadeguatezza esasperata dalla somma dei miei istanti passati Ero negato a scuola e non ero mai stato altro che questo. Il tempo sarebbe passato, certo, e poi la crescita, certo, e i casi della vita, certo, ma io avrei attraversato l’esistenza senza giungere ad alcun risultato. Era ben più di una certezza, ero io. Di ciò, alcuni bambini si convincono molto presto e se non trovano nessuno che li faccia ricredere, siccome non si può vivere senza passione, in mancanza di meglio sviluppano la passione del fallimento.

 

I nostri studenti che “vanno male” (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Difficile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo. Naturalmente il beneficio sarà provvisorio, la cipolla si ricomporrà all’uscita e forse domani bisognerà ricominciare daccapo. Ma insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori. Se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell’indicativo presente della nostra lezione, se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono su quei ragazzini e quelle ragazzine, nel senso botanico del termine, la loro esistenza vacillerà sopra vuoti infiniti.

 

Ma domani arriva presto e le giornate si ripetono e il nostro eterno riprende i suoi viavai tra la scuola e la famiglia, e tutta la sua energia mentale è spesa a tessere una sottile rete di pseudo-coerenza tra le bugie proferite a scuola e le mezze verità rifilate alla famiglia, tra le spiegazioni fornite agli uni e le giustificazioni presentate agli altri, tra le caricature degli insegnanti che fa ai genitori e le allusioni ai problemi famigliari che accenna agli insegnanti, un atomo di verità nelle une e nelle altre, sempre, poiché finiranno per incontrarsi, genitori e insegnanti, è inevitabile, e bisogna pensare a questo incontro, cesellare instancabilmente la finzione vera che costituirà l’argomento di quel colloquio.

 

Le ragioni per cui insegnanti e genitori sono talora inclini a sorvolare su queste bugie o esserne complici sono troppo numerose per essere prese in esame. Quante balle ogni giorno, con quattro o cinque classi di trentacinque allievi? può legittimamente domandarsi un professore. Dove trovare il tempo necessario per indagare? E poi, sono forse un investigatore? Devo forse, sul piano dell’educazione morale, sostituirmi alla famiglia? Se sì, entro quali limiti? E così di seguito, litania di interrogativi ognuno dei quali costituisce, prima o poi, l’argomento di un’appassionata discussione fra colleghi. Ma c’è un’altra ragione per cui il professore ignora queste bugie, una ragiona più nascosta che se venisse chiaramente alla luce suonerebbe più o meno così: Questo ragazzo è l’incarnazione del mio fallimento professionale. Non riesco a fargli fare progressi né a farlo studiare, riesco a stento a farlo venire in classe, e comunque posso contare solo sulla sua presenza fisica. Fortunatamente, appena sorge, questa autocritica viene contrastata con una gran quantità di argomentazioni inoppugnabili: Con lui ho fallito, certo, ma con molti altri ho avuto successo. Non è mica colpa mia se questo ragazzo è in terza media! Cosa gli hanno insegnato quelli che mi hanno preceduto? Non è forse colpa dell’innalzamento dell’obbligo scolastico? E cosa credono i suoi genitori? Pensano forse che con classi così numerose e un orario simile io possa riuscire a metterlo al passo con gli altri? Tutte domande che, tirando in ballo il passato dello studente, la famiglia, i colleghi, l’istituzione stessa, ci permettono di redigere in buona coscienza il giudizio più diffuso di tutte le schede di valutazione: Mancanza di basi (che ho trovato persino su una scheda di valutazione del corso preparatorio all’esame di stato di ingegneria!). Detto in altri termini: patata bollente. Bollente, la patata lo è soprattutto per i genitori. Continuano a farla saltare da una mano all’altra. Sono esasperati dalle bugie quotidiane di questo ragazzino: bugie per omissione, affabulazioni, spiegazioni esageratamente dettagliate, giustificazioni anticipate: “In realtà è successo che…”. Sfiniti, molti genitori fingono di accettare queste misere fandonie, in primis per placare temporaneamente la propria angoscia (l’atomo di verità – Marignano 1515), poi per preservare l’atmosfera famigliare, affinché la cena non si trasformi in una tragedia, stasera no per favore; per rimandare la prova della confessione che strazia il cuore a tutti, insomma per ritardare il momento in cui si misurerà senza grande sorpresa l’ampiezza della waterloo scolastica ricevendo la scheda di valutazione trimestrale, più o meno abilmente ritoccata dal principale interessato, che tiene d’occhio la casella della posta. Ci pensiamo domani, ci pensiamo domani…

 

Una delle storie più memorabili di complicità adulta alle bugie di un bambino è la disavventura capitata al fratello del mio amico B. All’epoca doveva avere dodici o tredici anni. Poiché teme un’interrogazione di matematica, chiede al suo migliore amico dove si trova esattamente l’appendice. Dopodiché si accascia simulando una crisi atroce. Il preside finge di credergli, lo rimanda a casa, non fosse che per sbarazzarsi di lui. Da qui i genitori – cui ne ha combinate di tutti i colori – lo portano senza illusioni in una clinica vicina, dove, sorpresa, viene operato all’istante! Dopo l’operazione il chirurgo compare, reggendo un vaso in cui galleggia un lungo affare sanguinolento, e dichiara, con il volto raggiante di innocenza: “Ho fatto bene a operarlo, stava per andare in peritonite!”. Perché le società si reggono anche sulla menzogna condivisa.

O quest’altra storia più recente: N., preside di un liceo parigino pone grande attenzione alla frequenza scolastica. Fa lei stessa l’appello in quinta. Tiene particolarmente d’occhio un recidivo, che ha minacciato di espulsione alla prossima assenza ingiustificata. Quella mattina il ragazzo è assente; è la volta di troppo. N. chiama subito la famiglia dal telefono della segreteria. La madre, desolata, dichiara che il figlio è davvero malato, a letto, con un febbrone da cavallo, e gli assicura che stava per avvertire la scuola. N. mette giù il telefono, soddisfatta: tutto è sotto controllo. Peccato che incroci il ragazzo tornando nel suo ufficio. Era semplicemente andato in bagno durante l’appello.

 

Ma torniamo alla questione del diventare. Febbraio 1959, settembre 1969. Dieci anni erano quindi trascorsi tra la funesta lettera che avevo scritto a mia madre e quella che mio padre spediva al figlio professore. I dieci anni in cui sono diventato. Come si compie la metamorfosi da somaro a professore? E, a latere, quella da analfabeta a romanziere? E’ ovviamente la prima domanda che sorge. Come sono diventato? La tentazione di non rispondere è forte. Argomentando, per esempio, che la maturazione non può essere descritta, quella degli individui come quella delle arance. In quale momento l’adolescente più ribelle atterra sul terreno della realtà sociale? Quando decide di stare al gioco, seppur poco? E’ una decisione che dipende solo da lui? Che ruolo svolgono l’evoluzione organica, la chimica cellulare, la strutturazione della rete neuronale? Tutti interrogativi che permettono di eludere la questione.[…] Insomma, che cosa è successo in me durante quei dieci anni? Come ho fatto a cavarmela? A mo’ di premessa, una constatazione: adulti e bambini, si sa, non hanno la stessa percezione del tempo. Dieci anni non sono niente per l’adulto, che calcola in decenni la durata della propria esistenza. Passano così in fretta, dieci anni, quando ne hai cinquanta1 Sensazione di rapidità che peraltro acutizza la preoccupazione delle madri per l’avvenire del proprio figlio. L’esame di maturità fra cinque anni, di già, ma è dietro l’angolo! Come farà il mio ragazzo a cambiare radicalmente in così poco tempo? Si dà il caso che per il ragazzo ognuno di quegli anni vale un millennio; per lui il futuro sta tutto nei pochi giorni a venire. Parlargli dell’avvenire significa chiedergli di misurare l’infinito con un decimetro.

 

Poiché c’era la lettura. Non sapevo, allora, che mi avrebbe salvato. All’epoca leggere on era l’assurda prodezza di oggi. Considerata una perdita di tempo, ritenuta dannosa per il rendimento scolastico, la lettura dei romanzi ci era proibita durante le ore di studio. Da ciò la mia vocazione di lettore clandestino: romanzi ricoperti come libri di scuola, nascosti ovunque si potesse, letture notturne alla luce di una pila, esoneri da ginnastica, tutto andava bene purché potessi ritrovarmi solo con un libro. E’ stato il collegio a darmi questo piacere. Lì avevo bisogno di un mondo soltanto mio e quello fu dei libri. Nella mia famiglia avevo soprattutto guardato gli altri leggere: mio padre che fumava la pipa nella sua poltrona, sotto il cono di luce di una lampada, passandosi distrattamente l’anulare nella riga dei capelli, con un libro aperto sulle ginocchia accavallate; Bernard, in camera nostra, steso sul fianco, ginocchia piegate, la mano destra a reggergli la testa… C’era del benessere, in quelle posture. In fondo, è stata la fisiologia del lettore a spingermi a leggere. Forse all’inizio ho letto solo per poter riprodurre quelle pose ed esplorarne altre. Leggendo, mi sono fisicamente collocato in una felicità che dura ancora. […] Non sapevo, leggendoli, che mi istruivo, che quei libri avrebbero risvegliato in me una fame che sarebbe sopravvissuta persino al loro oblio.

 

A ogni incontro ti accorgi che una vita è sbocciata, imprevedibile come la forma di una nuvola. E non crediate che questi destini debbano qualcosa alla vostra influenza di insegnante! […] Sì, a volte alcuni progetti si realizzano, delle vocazioni si compiono, il futuro onora i propri impegni. Un amico mi assicura che mi aspetta una sorpresa nel ristorante dove mi ha invitato. Ci vado. La sorpresa è considerevole. E’ Remì, lo chef del locale. Impressionante, dall’alto del suo metro e ottanta e sotto il suo bianco cappello da cuoco! Sulle prime non lo riconosco, ma mi rinfresca la memoria mettendomi davanti agli occhi un compito scritto da lui e corretto da me venticinque anni prima. Voto: 6. Titolo: Fai il tuo ritratto a quarant’anni. E l’uomo di quarant’anni che se sta in piedi di fronte a me, sorridendo un po’ intimidito dall’apparizione del suo vecchio professore, è esattamente quello che il ragazzo descriveva nel suo compito: lo chef di un ristorante le cui cucine paragonava alla sala macchine di un transatlantico. L’insegnante aveva apprezzato, in rosso, e aveva espresso l’auspicio di sedersi un giorno al tavolo di quel ristorante… E’ il genere di situazione in cui non ti penti di essere diventato il professore che ormai non sei più. Diventiamo, diventiamo, tutti quanti noi, e ogni tanto fra diventati ci incontriamo.

 

Ma no, non bisogna mai chiedere a un allievo di mettersi nei panni di un insegnante, la tentazione della sghignazzata è troppo forte. Né proporgli mai di misurare il suo tempo con il nostro: la nostra ora non è affatto la sua, non evolviamo nella stessa durata. Quanto a parlargli di noi o di lui stesso, lasciamo perdere: fuori tema. Attenerci a ciò che abbiamo deciso: questa ora di grammatica deve essere una bolla nel tempo. Il mio lavoro consiste nel fare in modo che i miei allievi si sentano esistere grammaticalmente per cinquantacinque minuti. Per riuscirci, non perdere di vista che le ore non sono tutte uguali: le ore della mattina non sono quelle del pomeriggio; le ore del risveglio, le ore digestive, quelle che precedono gli intervalli, quelle che le seguono, sono tutte diverse. E l’ora che segue la lezione di matematica non si presenta come quella che segue la lezione di ginnastica… Tali differenze non incidono granché sull’attenzione degli studenti che vanno bene. Costoro godono di una facoltà benedetta: cambiare pelle a proprio piacimento, al momento giusto, al posto giusto, passare dall’adolescente agitato all’allievo attento, dall’innamorato respinto al cervellone matematico, dal giocatore al secchione, dall’altrove al qui, dal passato al presente, dalla matematica alla letteratura… E’ la velocità di incarnazione a distinguere coloro che vanno bene da coloro che hanno qualche difficoltà. Questi, come viene rimproverato loro dai professori, sono spesso altrove. Si liberano più faticosamente dell’ora precedente, cincischiano in un ricordo o si proiettano in un qualsiasi desiderio di altro. La loro sedia è un trampolino che li scaglia fuori dall’aula nell’istante stesso in cui vi si posano. A meno che non vi si addormentino.

 

Del resto lei sosteneva vi fosse una correlazione tra una classe e un’orchestra. “Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica.” Fece una smorfia fatalista: “Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini”.

 

Ho sempre pensato al dettato come a un appuntamento completo con la lingua. La lingua come suono, come racconto, come ragionamento, la lingua come si scrive e come si costruisce, il significato quale si delinea attraverso l’esercizio meticoloso della correzione. Poiché l’unico scopo della correzione di un dettato è l’accesso al significato esatto del testo, allo spirito della grammatica, all’ampiezza delle parole. Se il voto deve misurare qualcosa, è la distanza percorsa dall’interessato verso questa comprensione.

 

Non li abbandonavo in quei testi. Mi ci tuffavo con loro. A volte imparavamo a memoria i più difficili insieme, durante la lezione, man mano che loro li analizzavano. Mi sembrava di essere un maestro di nuoto. I più deboli procedevano a fatica, con la testa fuori dall’acqua, un segmento dopo l’altro, aggrappati alla tavoletta delle mie spiegazioni, poi nuotavano da soli, prima qualche frase, e in breve l’intera lunghezza di un paragrafo, che riuscivano a percorrere senza leggere, mentalmente. Appena capivano ciò che leggevano, scoprivano le loro capacità mnemoniche, e spesso, prima della fine della lezione, un buon numero di loro recitava il testo per intero, riuscendo a coprire un’intera vasca senza l’aiuto del maestro di nuoto. Cominciavano a godersi la loro memoria. Non se lo aspettavano. Era come la scoperta di una funzione nuova, come se fossero spuntate loro le branchie. Stupiti di ricordare così in fretta, ripetevano il testo una seconda volta, una terza volta, senza intoppi. Poiché, una volta eliminata l’inibizione, capivano ciò di cui si ricordavano. Non si limitavano a recitare una successione di parole, non era solo la loro memoria a risvegliarsi, ma anche la loro intelligenza della lingua, la lingua di un altro, il pensiero di un altro.

 

Sì, a furia di ascoltare il ronzio del nostro alveare pedagogico, quando ci prende lo scoramento la passione ci induce a cercare dei colpevoli. La scuola pubblica pare del resto strutturata in modo che ciascuno possa comodamente trovarvi il proprio: “Ma insomma, alla scuola materna non hanno imparato come ci si comporta?” domanda il maestro elementare davanti ai bimbetti agitati come palline da flipper. “Che cacchio hanno fatto alla scuola elementare?” impreca il professore delle medie accogliendo alunni di prima che reputa analfabeti. “Qualcuno può dirmi che cosa hanno imparato alla scuola dell’obbligo?” esclama l’insegnante di liceo davanti alla propensione delle prime e seconde a esprimersi senza vocabolario. “Davvero vengono dal liceo?” si interroga il docente universitario spulciando la sua prima fila di esami scritti. “Spiegatemi che cavolo insegnano all’università!” tuona l’industriale di fronte ai giovani appena reclutati. “L’università forma esattamente ciò che richiede il vostro sistema” risponde il giovane mica scemo. “Schiavi ignoranti e clienti ciechi! Le grandi università programmano i vostri capetti – chiedo scusa, i vostri managers – e i vostri azionisti macinano dividendi.” “Assenza della famiglia” deplora il ministero della Pubblica istruzione. “La scuola non è più quella di una volta” lamenta la famiglia. A cui si aggiungono i processi interni a ogni istituzione che si rispetti. L’eterna querelle degli antichi e dei moderni, per esempio: “Basta con il lassismo dei pedagogisti!” urlano i conservatori che attaccano la demagogia. “Abbasso i conservatori elitisti!” ribattono i pedagogisti in nome dell’evoluzione democratica. “I sindacati paralizzano la scuola!” accusano i funzionari del ministero. “Invitiamo a vigilare!” ribattono i sindacati. “Una simile percentuale di analfabeti in prima media ai miei tempi non si vedeva!” deplora la vecchia guardia. “Ai suoi tempi la scuola media accoglieva solo consigli di amministrazione in calzoni corti,” punzecchia il dispettoso, “bei tempi, eh?” “E’ uguale a tua madre, questo bambino!” tuona il padre adirato. “Se tu fossi stato un po’ più severo con lui, adesso non sarebbe in queste condizioni!” risponde la madre esasperata. “Come si fa a studiare in un clima famigliare del genere?” si lamenta l’adolescente depresso alle orecchie del professore comprensivo. Fino al somaro stesso che, dopo aver usato metodica ferocia per mandare il proprio insegnante all’ospedale a curarsi da una lunga depressione, è il primo a spiegarti, mellifluo: “Il prof Taldeitali mancava di autorità”. E se tutto questo non basta, ci resta sempre la possibilità di indicare in noi stessi il responsabile della nostra incompetenza: “Non posso farci niente, sono così” scriveva alla mamma il somaro che ero chiedendole di esiliare in capo al mondo, in Africa, il mister Hyde che mi impediva di essere un buon dottor Jeckyll.

 

Il fatto è che una delle accuse più frequenti fatte dalla famiglia e dai professori allo studente che va male a scuola è l’inevitabile “Ma allora tu lo fai apposta!”. Vuoi imputazione diretta (“Non raccontarmi storie, tu lo fai apposta!”), vuoi esasperazione conseguente a ennesima spiegazione (“Ma non è possibile, tu lo fai apposta!”), vuoi informazione destinata a un terzo che il sospettato coglie, diciamo, origliando alla porta dei genitori (“Ti dico che questo ragazzo lo fa apposta!”) Quante volte io stesso l’ho sentita, e più tardi pronunciata, questa accusa, dito puntato verso uno studente o verso mia figlia quando imparava a leggere, se tentennava un po’. Fino al giorno in cui mi sono chiesto che cosa stessi dicendo. Ma allora tu lo fai apposta. In tutti i casi presi in considerazione il fulcro della frase è l’avverbio apposta. Sfidando la grammatica, è direttamente associato al pronome tu. Tu apposta! Il verbo fare è secondario e il pronome lo assolutamente incolore. La cosa importante, ciò che suona all’orecchio dell’accusato è proprio quel tu apposta, che fa pensare a un indice teso. Sei tu il colpevole, l’unico colpevole, e volontariamente colpevole, oltre tutto! Questo è il messaggio. Il “Tu lo fai apposta” degli adulti fa pendant al “Non l’ho fatto apposta” sciorinato dai bambini una volta commessa la marachella. Proposto con veemenza ma senza grandi illusioni, “Non l’ho fatto apposta” comporta quasi automaticamente una delle seguenti risposte: “Lo spero!” “E meno male!” “Ci mancherebbe altro!” Questo dialogo specchio è antico come il mondo e tutti gli adulti trovano la loro replica spiritosa, almeno la prima volta. Nell’ “Io non l’ho fatto apposta”, l’avverbio apposta perde un po’ della propria forza, il verbo fare non ne guadagna nessuna, rimane una specie di ausiliare e il pronome lo vale sempre come il due di picche. Ciò che il colpevole cerca di far suonare alle nostre orecchie, qui, è il pronome io associato alla negazione non. Al tu apposta dell’adulto risponde l’io non del bambino. Nessun verbo, nessun pronome atono, ci sono solo io, qui dentro, questo io, afflitto da questo non, che dice che in questa vicenda io non appartengo a me stesso. “E invece si, l’hai fatto apposta!” “No, non l’ho fatto apposta!” “Tu apposta!” “Io no!” Dialogo tra sordi, necessità di temporeggiare, di rimandare l’epilogo. Ci lasciamo senza una soluzione e senza illusioni, gli uni convinti di non essere obbediti, gli altri di non esser capiti.

 

Fu a questo punto della conversazione che intervenne il Maximilien di turno. (Sì, ho deciso di dare a tutti i somari di questo libro, somari di periferia o somari dei quartieri alti, questo bel nome superlativo.) “I prof ci fanno uscire di testa!” Era visibilmente il somaro della classe. (Ci sarebbe molto da dire, sull’avverbio “visibilmente”, ma è un fatto che i somari si notano subito in una classe. In tutte quelle in cui sono invitato, licei prestigiosi, istituti tecnici o scuole medie di periferia, i Maximilien sono riconoscibili dall’attenzione tesa o dallo sguardo eccessivamente benevolo che rivolge loro l’insegnante quando prendono la parola, dal sorriso anticipato dei compagni, e da un so che di sfasato nella voce, un tono di scusa o una veemenza appena titubante. E quando tacciono – spesso Maximilien tace – li riconosco dal loro silenzio ostile, così diverso dal silenzio attento dello studente che assimila. Il somaro oscilla perennemente tra lo scusarsi di essere e il desiderio di esistere nonostante tutto, di trovare il proprio posto, o addirittura di imporlo, fosse anche con la violenza, che è il suo antidepressivo.)

 

E’ sufficiente un professore – uno solo! – per salvarci da noi stessi e farci dimenticare tutti gli altri.

 

Da che mondo è mondo, ogni volta che gli insegnanti si sentono impotenti di fronte a una classe, eccoli lamentarsi di non essere stati formati per questo. Oggi “questo” copre ambiti diversissimi quali la cattiva educazione dei bambini da parte della famiglia in crisi, i danni culturali legati alla disoccupazione e all’emarginazione, la perdita del senso civico che ne consegue, la violenza in alcune scuole, le disparità linguistiche, il peso crescente della religione, ma anche la televisione, i videgame, insomma tutto ciò che più o meno alimenta il quadro sociale servitoci ogni mattina dal notiziario. Dal “non siamo stati formati per questo” al “non siamo qui per” c’è solo un passo, che si può esprimere così: “Noi insegnanti non siamo nella scuola per risolvere problemi sociali che impediscono la trasmissione del sapere; non è il nostro mestiere. Che ci affianchino personale di sostegno, educatori, assistenti sociali, psicologi, insomma specialisti di ogni genere, e allora potremo insegnare seriamente le materie che abbiamo passato tanti anni a studiare”. Rivendicazioni più che giustificate, cui i ministri che si susseguono oppongono i limiti delle risorse. Eccoci dunque entrati in una nuova fase della formazione degli insegnanti, in cui sarà sempre più accentuata la capacità di comunicazione con gli studenti. Tale approccio è indispensabile, ma se i giovani professori si aspettano un discorso normativo che consenta loro di risolvere tutti i problemi che sorgono in una classe andranno incontro a nuove delusioni; il “questo” per il quale non sono stati formati resisterà comunque. Per dirla tutta credo che “questo” rimanga sempre molto difficile da definire, che “questo” sia diverso dalla somma degli elementi che lo costituiscono oggettivamente.

 

“Siete tutti uguali voi prof! Quello che vi manca sono dei corsi di ignoranza! Vi fanno dare esami e concorsi di ogni genere sulle vostre conoscenze acquisite, quando la vostra prima qualità dovrebbe essere la capacità di immaginare la condizione di colui che ignora tutto ciò che voi sapete!”

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