ALLA SCOPERTA DI JOËL DICKER

Il mio 2021, per quanto riguarda l’ambito letterario, è iniziato alla grande, con la conoscenza di una casa editrice a me fin’ora ignota, La nave di Teseo, e con la scoperta di un nuovo autore! Come regalo di Natale ho ricevuto L’enigma della camera 622, un romanzo thriller dai risvolti drammatici, e ho deciso di iniziare l’anno in sua compagnia; è nato così un amore che si è amplificato con la seconda lettura di gennaio, La verità sul caso Harry Quebert, una sorta di giallo deduttivo.

La magia di ogni storia è che un semplice fatto, qualunque esso sia, tradotto in forma interrogativa, apre la porta a un romanzo.

(Joël Dicker – L’enigma della camera 622)

La scrittura di Joël Dicker non delude e leggendo entrambi i romanzi a breve distanza l’uno dall’altro ho individuato caratteri comuni: ha una grande abilità nel gestire la linea temporale del presente in cui l’indagine inizia e del passato, necessario e fondamentale per costruire la storia; i numerosi flashback, inseriti sapientemente, permettono comprendere meglio dinamiche e caratteristiche dei personaggi e permettono al lettore di farsi un’idea sul caso, che molto probabilmente, nei capitoli successivi verrà stravolta.

“Le parole appartengono a tutti finché non riesci a dimostrare di essere in grado di appropriartene. Ecco cosa definisce uno scrittore. E vedrai, Marcus: qualcuno vorrà farti credere che i libri hanno a che fare con le parole, ma è falso: in realtà, hanno a che fare con le persone.”

(Joël Dicker – La verità sul caso Harry Quebert)

La potenza dei due romanzi sta proprio nel fatto che difficilmente si può arrivare da soli alla soluzione dei misteri di cui le pagine sono densi e questo non per carenza di indizi, quanto piuttosto per l’attenta, mai ovvia, geniale complessità della trama.

Questo elemento, insieme al cambio continuo di scena, di tempo narrativo, alla presenza di numerosi personaggi e a diversi io-narranti, non deve spaventare: la lettura procede, infatti, veloce e chiara grazie alla capacità dell’autore, di rendere limpida la scrittura, con periodi lunghi ma non elaborati e con uno studiato equilibrio tra colpi di scena, dialoghi, riflessioni e descrizioni ricche ma non noiose; requisiti che contribuiscono a costruire le atmosfere perfette per delle indagini, per dei misteri da svelare.

A proposito di atmosfere, di particolare fascino sono i paesaggi descritti ne L’enigma della camera 622, ambientato in Svizzera, sul lago Lèmano, a Ginevra e dintorni; ville eleganti e lussuosi alberghi, incorniciati dalle alpi, sono lo scenario perfetto per un giallo ma soprattutto per una grande storia d’amore. La verità sul caso Harry Quebert è ambientato, invece, ad Aurora, una cittadina fittizia nello stato del New Hampshire: la scelta di una piccola città americana, apparentemente tranquilla, popolata da figure stereotipate e fondamentali per la costruzione della trama, unita all’omicidio di una giovane ragazza, mi ha subito rimandato la mente alla serie TV I segreti di Twin Peaks (creata da David Lynch e Mark Frost).

Prima del caso che avrebbe sconvolto gli Stati Uniti nell’estate del 2008, nessuno aveva sentito parlare di Aurora. È una cittadina in riva all’oceano, a un quarto d’ora dal confine con il Massachusetts. La strada principale include un cinema – la cui programmazione è costantemente in ritardo rispetto al resto del paese –, qualche negozio, un ufficio postale, una stazione di polizia e una manciata di ristoranti, tra i quali il Clark’s, il diner storico della città. Tutt’intorno, solo silenziosi quartieri di case di legno colorato, con verande accoglienti, tetti in ardesia e giardini curati in maniera impeccabile. È un’America dentro l’America, un posto in cui gli abitanti non chiudono mai a chiave la porta di casa; uno di quei paesini che sembrano esistere solo nel New England, talmente tranquilli da sembrare al riparo da tutto.

(Joël Dicker – La verità sul caso Harry Quebert)

Un elemento comune tra i due romanzi è la figura del protagonista e principale io-narrante che conduce le indagini: soggetti diversi ma sempre scrittori; a tal proposito, ne La verità sul caso Harry Quebert, è curiosa e originale la numerazione inversa dei capitoli, dal numero 31 al numero 1, come a voler avvicinarsi sempre più alla verità; ciascuno di questi è introdotto da uno scambio di battute tra il protagonista e il suo maestro, sull’arte della scrittura, in modo da creare un piccola guida per aspiranti lettori e attenti lettori.

“Se c’è una spiegazione razionale immediata”, dissi, “allora la trama si esaurisce e non nasce nessun romanzo. È a questo punto che lo scrittore entra in azione: affinché un romanzo esista, l’autore deve superare le barriere della razionalità, sbarazzarsi della realtà e, soprattutto, creare una posta in gioco laddove non ce n’è nessuna.”

(Joël Dicker – L’enigma della camera 622)

Concludendo, questa breve esposizione non è servita a raccontare nel dettaglio la trama di questi due romanzi affiancandola a mie considerazioni personali, quanto piuttosto a tracciare una parziale e non troppo tecnica panoramica dello stile di Joël Dicker, della sua narrazione e dei caratteri principali di alcuni suoi scritti, con il mero obiettivo di esprimere i miei apprezzamenti e in fin dei conti consigliarvi questo autore! Sperando di esservi stata utile, vi auguro una buona lettura!

“Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull’effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parole, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito.”

(Joël Dicker – La verità sul caso Harry Quebert)

Ah! Quasi dimenticavo! Dovete assolutamente vedere la miniserie da 10 episodi intitolata La verità sul caso Harry Quebert, tratta appunto dal romanzo: regia di Jean-Jaques Annaud (famoso soprattutto in quanto regista del film Il nome della rosa), con un cast davvero notevole, che include Patrick Dempsey, scelto per il ruolo del protagonista Harry Quebert, ambientazioni perfette, paesaggi toccanti, una fotografia eccezionale e una precisa trasposizione del romanzo! Vedendo la serie tv a seguito della lettura, ho ritrovato tutto, nei minimi dettagli e senza tralasciare nulla, dialoghi, caratterizzazione dei personaggi, luoghi… insomma, un lavoro eccellente!

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